Ecomuseo – il museo 2.0

Tutti almeno una volta nella vita abbiamo sentito parlare di Ecomuseo e ne abbiamo visitato almeno uno; forse ci siamo stati senza saperlo, senza coglierne bene il senso o senza sapere di preciso cosa significa questa parola. Io per prima ho avuto le idee un po’ confuse, mi sembra importante dare il peso che merita a questa parola. Purtroppo il suffisso “eco” è ormai talmente inflazionato ( e a mio avviso usato anche a sproposito ) da dare adito a mille interpretazioni, a volte anche molto lontane dal significato originale. Ma non vi preoccupate, facciamo subito chiarezza! Non perché mi piacciano le etichette o le definizioni ( anzi, mi stanno decisamente strette ) ma perché credo che questo modo di valorizzazione del territorio sia molto bello e, purtroppo, troppo poco conosciuto. Forse per alcuni sarà un articolo noioso, e vi chiedo scusa in anticipo, ma per noi che crediamo fortemente nel turismo locale, nell’ecoturismo, e nell’importanza del territorio, questa definizione è praticamente uno stile di vita. Qualcosa che va oltre la semplice etimologia.

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Ma cos’è un Ecomuseo?

Per rendere meglio l’idea del messaggio che vogliamo farvi arrivare, queste due definizioni mi sembrano interessanti:

“L’Ecomuseo è una pratica partecipata di valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, elaborata e sviluppata dalla comunità locale anche per il tramite di un soggetto organizzato nella prospettiva dello sviluppo sostenibile.”

“L’Ecomuseo è il ripensamento partecipato di un luogo, e di una comunità, non tanto per salvaguardare il passato ma soprattutto per progettare un futuro.” ( E. Camanni )

Mi piacciono molto perché credo racchiudano il senso più profondo dell’aspetto di un Ecomuseo, e cioè l’aspetto vivo di un luogo che porta questo nome. Perché un Ecomuseo è molto di più di un semplice museo ( senza nulla togliere al semplice museo, sia chiaro!). L’Ecomuseo è qualcosa di attivo, che fa parte di un piccolo mondo; non è solo la storia di un paese o di un popolo, è l’anima delle persone che hanno vissuto e soprattutto che vivono ancora in quel mondo; è qualcosa che si pratica non che si fa e basta, restando poi a guardare; è qualcosa che valorizza non che mostra semplicemente, è qualcosa che nasce dalle persone e cresce nel rispetto di quelle persone. E’ come se qualcuno vi aprisse la porta di casa sua, vi facesse vedere la sua vita di ogni giorno, e sedendosi accanto a voi con un sorriso vi dicesse “Ehi, è stato un piacere, torna quando vuoi!”. Un Ecomuseo non vi darà solo nozioni o informazioni, vi regalerà la possibilità di vivere e condividere quelle informazioni. Uscirete arricchiti e più consapevoli, pronti per vivere al meglio l’ambiente che vi circonda e le persone che lo abitano.

Quindi cosa fa un Ecomuseo?

Fa davvero un sacco di cose, diverse a seconda di ciò che il territorio ha da offrire, ma accomunate dagli stessi principi: lavora per e sul territorio, per e con la propria comunità. L’Ecomuseo può essere sì un luogo fisico, come ad esempio l’Ecomuseo della Val Germanasca – ScopriMiniera & ScopriAlpi (di cui vi racconteremo più avanti ), ma propone anche iniziative e attività sul territorio stesso. E’ una sorta di ponte tra generazioni, culture e tradizioni diverse ( scusate se è poco!! ) con l’obiettivo di far arrivare, e apprezzare, il proprio operato sia dalla gente del posto che dal turismo. L’Ecomuseo è un modo di essere, di pensare e di agire nel rispetto delle persone e con attenzione particolare ai dettagli di uno sviluppo sostenibile.

E chi ha “inventato” l’Ecomuseo?

La storia inizia verso la metà dell’Ottocento, quando qualcuno inizia a rendersi conto di quanto architettura tipica, gastronomia e cultura locale, abbigliamento tradizionale, lingue e dialetti, mestieri e storie di vita vissuta fossero estremamente importanti. Questa scoperta ha dato il via ad uno dei processi più innovativi: la “messa in discussione” del concetto di museo tradizionale, che fino ad allora coincideva quasi sempre con una semplice esposizione di opere e reperti, cambiando totalmente il modo di raccontare un territorio e la sua comunità. Da dove viene questa idea geniale? Ovviamente dal mio popolo preferito ( ve lo dico sempre che sono avanti anni luce! ). La prima versione di Ecomuseo è stata fatta a fine Ottocento in Scandinavia, e consisteva in una ricostruzione di scene di vita e di lavoro rurale; smontarono e rimontarono case ed altri edifici tipici, ricreando ambienti sul modello degli originali e impiegando persone che riproducevano scene reali. Tutto questo esiste ancora, si trova a Skansen, sulle colline di Stoccolma.

La tappa successiva di svolta in questo campo arriva negli anni ‘60 in Francia, con una legge che riporta: “ogni bene culturale è circondato da una porzione di territorio che costituisce parte integrante del suo valore e del suo significato”. A cui, qualche anno dopo, è seguito quest’altro pensiero “per la cultura non è importante ciò che è bello, prezioso, unico, ma ciò che permette di ricostruire e raccontare la storia delle comunità umane e quindi delle persone che vi hanno vissuto e che vi vivono oggi”. Decisamente un bel cambiamento! E così, verso la fine degli anni ’70 cominciano a nascere ufficialmente i primi Ecomusei.

Per la prima volta la museologia cambia stile, il museo non è più confinato solamente tra le quattro mura di un edificio, ma comprende risorse culturali sparse sul territorio. Dai mulini, alle fornaci, ai vecchi impianti di produzione, passando per gli itinerari attrezzati. Ma ovviamente tutto questo non è sufficiente, perché l’Ecomuseo ha bisogno della partecipazione convinta e attiva degli abitanti, per fare sì che il patrimonio viva e l’Ecomuseo cresca.

 

Autore: Giorgia Ricotti

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