Guarire noi stessi attraversando il Mondo

Forse non lo sapete ancora, ma sono una fan sfegatata delle guide Lonely Planet ( anche se le leggo tutte ma poi quando è ora di partire faccio sempre come pare a me! ) e non perdo occasione per avere anche i volumi più strani e apparentemente di poca utilità.

L’estate 2016 per me è stata parecchio complicata, ma ( come tutte le cose che non vorresti ) mi ha dato la possibilità di pensare molto, insegnandomi che a volte essere costretti a fermarsi non è poi così drammatico; anzi, a volte è proprio ciò che ti può salvare la vita, anche se si fatica ad accettare l’apparente inutilità dei tempi “vuoti”. Proprio in quella faticosa estate, mentre rovistavo in libreria presa dalla noia e dalla confusione mentale, mi è capitato tra le mani questo volume “GUIDA per salvarsi la vita VIAGGIANDO – 500 esperienze e luoghi per stare bene” – Lonely Planet.

guida

Se devo essere sincera ci ho messo un po’ a leggerlo, non perché ci sia una quantità infinita di cose da leggere ma perché è particolare; non è noioso ( tutt’altro! ) ma ha una struttura che niente ha a che vedere con la guida turistica classiche che Lonely Planet sforna ogni giorno. Insomma, non aspettatevi la solita guida turistica che vi spiega nel dettaglio ogni cosa.  E’ una sorta di manuale per curarsi viaggiando, che suddivide gli spunti di viaggio in base ad una presunta difficoltà personale (depressione, problemi di autostima, pigrizia e molti altri) e fornisce idee di viaggio per superare queste difficoltà. Diciamo che è un libro sufficientemente curioso per essere comprato. La cosa migliore di questo libro è che ad ogni pagina ha riportato alla luce tante cose: il senso del viaggio, di quello che lo rende un’esperienza di vita, le paure che a volte sei costretto ad affrontare viaggiando, le speranze che ti porti dentro ogni volta che torni, le emozioni che scatena un viaggio, i retaggi culturali che la possibilità di abbattere per vivere in un luogo (o per decidere di andarci) e anche quelle piccole fobie con cui devi fare i conti se vuoi avventurarti nel mondo. E’ riuscita con una semplicità estrema a ricordarmi tutto quello che ho imparato viaggiando, che viaggiare non è sempre facile ne tantomeno piacevole, perché andiamo incontro all’ignoto e questo spesso fa paura; ma dobbiamo farlo, dobbiamo viaggiare, perché solo oltrepassando tutto ciò che ci spaventa possiamo goderci il privilegio di essere passeggeri della Terra.

Ecco cosa muove la mia anima attraverso il mondo. Ecco perché non posso smettere di viaggiare, sarebbe come smettere di crescere o di vivere. Ecco una parte del mio viaggio interiore attraverso qualche scatto e le splendide parole di Remo Carulli e Luigi Farrauto che hanno dato vita ad un’impensabile strumento di riflessione.

CUORI SPEZZATI – Separazione

Come si reagisce alla fine di una storia d’amore? Interpellando i propri ricordi, la grande letteratura e i racconti di amici e parenti si può convenire che esiste un’infinità di comportamenti diversi. Ma un desiderio, per alcuni più sfumato, per altri più nitido, accomuna indistintamente ogni persona: quello di partire. Viaggiare non elimina il dolore ma lo fa decantare. [..] Così, ecco che visitare nuove terre offre la possibilità di contemplare la sofferenza da una prospettiva più ampia, di attribuirle un senso, di cogliere in sconosciuti paesaggi i presagi di opportunità che la vita proporrà, inevitabilmente, quando saremo di nuovo pronti. E nella necessità di ristrutturare la propria identità svuotata [..] viaggiare agevola il contatto con le fragilità, ma anche con le risorse che ognuno di noi custodisce.”

Il mio viaggio è iniziato proprio da qui, dal dolore. Non per la fine di un amore, ma per la paura di perdere qualcuno per un gioco del destino. Toccare con mano che in un attimo tutto può cambiare e che siamo solo di passaggio, ti fa riaffiorare alla mente di tutto, soprattutto che questo concetto ce lo dimentichiamo troppo spesso. In quel momento tutto si ferma, vieni catapultato in uno spazio-tempo che sembra sospeso e resti lì.. oscillando tra presente e futuro, con mille domande su di te e sul mondo, con lo sguardo perso di chi è seduto sul bordo del precipizio con i piedi a penzoloni. In quei momenti, quando arriva lo scampato pericolo, c’è una sola domanda che ti picchia in testa: se fosse capitato a me?

La risposta ha fatto più male della paura. E così, sono partita. Non per molto, ma con l’unica persona capace di regalarmi quel silenzio pieno di parole, che ti sorregge senza calpestarti, in cui se vuoi puoi trovare tutto e non ti senti mai sola. Non è stato un lungo viaggio, ma è bastato per guardare il dolore da un’altra prospettiva e mi ha permesso di trovare il coraggio di dirgli “oh! Cosa vogliamo fare??”. Alla fine siamo tornati per mano (io e il mio dolore) consapevoli entrambi che, una volta varcata la soglia di casa, ognuno avrebbe preso la sua strada: è lì che ho imparato che partire non cancella il dolore, ma ti aiuta a vedere più chiaro.

eslisabetta

In quel cammino, breve ma intenso, sono riuscita a mettere a fuoco molte cose. La prima è che non vale la pena ammalarsi per una vita che non senti più tua, solo perché il sistema ti dice che è giusto e che lo devi fare. La seconda cosa è che finalmente ho dato un volto all’inquietudine che mi accompagnava da (troppo) tempo. Ho dato un senso al perché di quel soprannome che i miei genitori mi davano da ragazzina “anima in pena”. Questo libro non poteva trovare definizione migliore, e in quel cammino mi si è fatto chiaro il senso di tutto questo.

UN’ANIMA IN PENA – Inquietudine

I cieli girano attorno di continuo, il sole sorge e tramonta, stelle e pianeti mantengono costanti i loro moti, l’aria è in perpetuo agitata dai venti, le acque crescono e calano, per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento.

Individuare nella sedentarietà la principale ragione dei nostri disagi esistenziali, sarebbe da un punto di vista scientifico un atto passibile di denuncia pensale. Tuttavia, chi può affermare di non aver avvertito prepotentemente il bisogno di viaggiare nei momenti di malinconia, angoscia e inquietudine? Come se una parte di noi stessi, gridando la propria insofferenza, esortasse non solo alla trasformazione interiore, al cambiamento o alla riflessione, ma anche ad un maggiore dinamismo esteriore, all’esplorazione di terre più o meno remote, alla scoperta di altri modi di affrontare la vita, e nutrire così l’immaginazione, la visionarietà, la ricerca. Come se nel mutare all’unisono pensieri e latitudini, idee e panorami, prospettive esistenziali e luoghi dove passare le notti, infatti, fiorisse il nostro più inestimabile vigore creativo.”

Guardando un tramonto, mentre pensavo a me stessa pensante, ho capito che io è questo che sono. Qualcosa che non puoi intrappolare tra quattro mura, che non puoi far vivere di routine, che non puoi limitare a conversazioni senza peso, ma soprattutto a cui non puoi chiedere di stare ferma. Sarebbe come chiudere un animale in gabbia e chiedergli di essere felice.. Non si può imparare restando fermi, il migliore insegnamento ce lo da l’esperienza; non si può crescere restando a casa, si vivrebbe solo con le proprie e limitate convinzioni; non si può vivere senza cambiamento, è questo che fa frullare il cervello e ci rende persone migliori. Non si può vivere solo di obblighi e doveri, la vita è un dono, non si può sprecarla dietro a cose che neanche condividi; non si può vivere solo di regole, perché è la flessibilità che ci rende migliori. Io sono così, e vivere nella normalità era ormai un peso troppo grande, il mio corpo e la mia testa stavano gridando una cosa sola: “Scappa!!”

 QUELLO CHE DICONO GLI ALTRI – Normopatia

Da un punto di vista clinico è difficile immaginare un male più terribile, scoraggiante e triste della perfetta aderenza al concetto di normalità; eppure, essere come gli altri è non solo una preoccupazione diffusa, ma per molti addirittura un’ambizione. E così il flagello della normopatia miete sempre più vittime, contagiate da un invisibile equivoco psicologico: l’illusoria presenza di una condotta, nelle varie situazioni, che contrassegni ciò che è giusto, buono e fisiologico. Spesso, però, la norma non è altro che ristrettezza di vedute, nel migliore dei casi un succo concentrato di avvizzito buonsenso, con una spruzzata di codardia e una goccia di banalità. [..] Anche viaggiare rischia di subire le tendenze normopatiche: ci si muove nelle pause concesse dal lavoro, in periodi e modi prestabiliti, raggiungendo le mete più frequentate; solo quando la partenza erompe da un bisogno viscerale, invece, riusciamo a frantumare ogni prassi. E allora si scopre come ciò che è normale in un luogo non lo è altrove, si allena il pensiero a un nomadismo di prospettive, si va alla ricerca del proprio personale punto di vista. E poco importa se sarà dall’altra parte del mondo, ai confini del senso comune.”

Questo era il male più grande, aver permesso alla normopatia di prendersi la mia anima. Fino a quel momento avevo sempre fatto tutto secondo le regole, seguendo quello che mi dicevano essere giusto per me, sui binari comuni e tra le mura più sicure. Dal viaggio che è venuto dopo ho capito che fino ad allora non avevo vissuto, stavo solo cercando di sopravvivere con una speranza soltanto: che l’inquietudine si placasse, un giorno o l’altro.

svezia

Strada facendo ho messo nel bagaglio degli insegnamenti altre cose importanti.

IL MIO POSTO NEL MONDO – Problemi di autostima

La psicoanalisi contemporanea afferma che la nostra identità è fatta di stati e modelli relazionali diversi, mutevoli e non riducibili a un’unità; Meister Eckart [..] riconduceva alle vane preoccupazioni per se stessi l’invalicabile limite per una vita autentica; le filosofie orientali, da millenni, dichiarano che l’esistenza di un Io è del tutto illusoria. Eppure, a dispetto di tante belle e lungimiranti riflessioni, com’è facile rimanere incastrati dentro se stessi! Ci giudichiamo, spesso negativamente, ci sentiamo inadeguati o, al contrario, creature superiori alla massa; aspettative di successo e affermazioni ci opprimono; inseguiamo il richiamo di certezze ingannevoli.”

Viaggiando ho imparato che i pantani che creiamo nei meandri della nostra testa, trovano risposta solo nel mondo. Perché entrare in contatto con altre culture favorisce la “distruzione” (in senso positivo) delle basi su cui si costruisce il nostro concetto di autostima, sbattendoti in faccia come ogni sistema di valori estetici, morali o di prestigio sia assolutamente relativo. Interagire con persone diverse ti rende più spontaneo, cosa che in genere non sei, perché imprigionato nell’abitudine, nelle regole e nei contesti. Allontanarsi da casa ti da la possibilità, come per il dolore, di guardare con distacco sia le fantasie grandiose che i tuoi timori di essere una nullità.

LEVARSI UN PESO – Senso di colpa

[..] Nessuno è al riparo dal senso di colpa: per risultarne vittime non è necessario aver compiuto delitti efferati. Al contrario, anche qualora voi siate creature dotate di incorruttibile senso morale, angelica bontà e straziante altruismo (cosa di cui, tra l’altro, ci permettiamo di dubitare) il senso di colpa sarà comunque destinato a materializzarsi di nuovo sul vostro percorso. Sì, perché la frattura tra bisogno umano di stabilire in astratto cosa è giusto e cosa no e l’irriducibile complessità della realtà creano continue situazioni eticamente inestricabili, in cui non esiste scelta in grado di sottrarci al male.”

Anche in questo caso, solo in viaggio ho trovato le risposte per affrontare il senso di colpa. Vivere a contatto con altre culture, anche per poco tempo, mi ha offerto una grande opportunità (nonché un grande privilegio): rivedere ( o forse è più corretto relativizzare) colpe e principi che per me erano sempre stati assoluti, ridurre la tendenza a giudicare (noi stessi e gli altri), toccare con mano responsabilità che fino a quel momento non avevo nemmeno calcolato. Tutto questo mi ha permesso anche di capire molti comportamenti, miei e delle persone che mi circondavano nella vita di tutti i giorni.

abisko

Dal primo cammino sono tornata a casa con tutti i miei cocci da rimettere insieme, tenendo per mano le mie paure e guardando in faccia quelle due paroline tanto terrificanti: crisi-esistenziale.

ESSERE O NON ESSERE – Crisi esistenziale

Il filosofo francese Emmanuel Lévinas contrappone nel nostro immaginario due epiche figure di viaggiatori: Ulisse, errante nell’indomabile speranza di tornare a un famigliare punto di partenza, e Abramo, chiamato verso un ‘Altrove’ dal quale non c’è rimpatrio, ma solo un progressivo inoltrarsi, un inesorabile lasciarsi alle spalle. Di fatto, ci sono momenti nella vita in cui non sappiamo verso quali orizzonti procedere, se fare marcia indietro o avanzare caparbiamente, se obbedire alla nostalgia o al nomadismo delle nostre aspirazioni. Le crisi fanno soffrire, certo. Ma se è vero che il viaggio è una metafora della vita (e vi sfidiamo a trovarne una migliore…), è vero anche che non ci sono tratti di cammino altrettanto densi di emozioni e significati. Partire, allora, questa volta in concreto, non significa altro che assecondare i nostri movimenti interiori: alla ricerca di simmetrie tra i paesaggi dell’anima e quelli del mondo, di incontri che riportino a galla le domande perdute nella coltre delle nostre paure, di quello stupore che fa strabuzzare gli occhi di fronte alla sconfinata immensità della natura e del colore. E così non avrà importanza scoprirsi eroi omerici o patriarchi biblici, purché di quel viaggio, intimo e tangibile al contempo, si riesca a scorgere l’impareggiabile ricchezza”

Ma come avrete capito dai miei articoli, nel vento delle Isole Lofoten e nel silenzio della Lapponia, ho capito che quelle due parole di cui avevo tanta paura, non erano altro che la cosa migliore che poteva capitarmi.

lofoten

Da quel ritorno a casa è passato del tempo, e sono cambiate molte cose. Ho imparato a fare delle scelte, anche di un certo peso, che non pensavo di riuscire a sostenere: ho mollato un posto pubblico che, se pur precario dava sicurezza, ad esempio. Sto imparando a lasciare indietro le cose inutili e le persona che passano più tempo a dirmi quanto sono sbagliata, quanto sono stupida ad inseguire un sogno o quanto pagherò la scelta di voler seguire la mia strada; sto imparando cos’è necessario e cosa non lo è, e soprattutto sto imparando ad avere pazienza e fiducia. Ho imparato a rispettare quello che sono, accettando cosa voglio e cosa no (anche se a volte fa male, e spesso costa fatica); sto imparando che se una cosa la puoi immaginare sei già a metà dell’opera, anche se ci vorranno tempo, impegno, fatica, attimi di sconforto e lacrime. Ma ho imparato che a questo mondo l’importante è che ne valga la pena!

Che siate stanchi, arrabbiati, in crisi, soli o preoccupati, preparate la valigia. E se una vocina dentro di voi prova a fermarvi… non ascoltatela! Le risposte che cercate sono in mezzo alla gente, nel Mondo.

Se siete felici e soddisfatti!? partite comunque! Forse non troverete voi stessi, ma si impara molto anche condividendo la gioia di vivere con qualcuno che nemmeno conosci.

Buon cammino e buon viaggio!

 

Autore: Giorgia Ricotti

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