Dove ancora splende il sole

Da quando siamo tornati dal nostro viaggio alle Isole Lofoten attraversando tutta l’Europa, spesso mi viene detto “ma cosa sei andata a fare fin lassù? Non c’è niente!” e quando rispondo sorridendo “Il bello è proprio questo!” buona parte delle persone mi guarda come si guarderebbe una persona po’ suonata. Bè, un filino suonata la sono davvero, ma credo che in quel niente ci sia tutto ciò che serve e che al giorno d’oggi ci rende così infelici.

Sandbotnen
Sandbotnel – Foto di Massimo Legora

 

Questa mattina, in preda al delirio della routine quotidiana, sfogliavo la mia pagina Facebook (come vedete siamo tutti un po’ rincoglioniti dai social) e ho letto questo pensiero:

 “ La montagna offre all’uomo tutto ciò che la società moderna dimentica di dargli ”

Ecco, mi sembra un buon riassunto per provare a spiegarvi quanto vale per me quel niente di cui tanto si (s)parla, a cui non siamo più abituati e che a volte rifiutiamo per pigrizia o peggio ancora per false credenze.

Da qualche anno a questa parte ho sempre la sensazione che la società moderna sia riuscita non solo ad allontanarci dalla natura, ma per certi versi a farci perfino credere che ormai la natura non serva più, a qualsiasi età e in qualsiasi contesto. Non so se capita anche a voi o se è solo il risultato di un “mix mentale” ( o letale ) tra la mia professione [neuropsicomotricista] e il mio modo di essere. Non so se è una fatica solo mia di stare al passo con i tempi o se è già diventata una reale difficoltà. Resta il fatto che per me è sempre più difficile, complice anche il lavoro che faccio, vedere bambini che non corrono più nei prati ( ‘perché poi si sporcano’ ), che non sanno quanto è bello uscire con gli stivali di gomma mentre piove ( ‘perché poi si ammalano’ ), che non sanno giocare a palla o saltare ( perché ‘non c’è tempo di fare quelle cose’ ), che faticano a sviluppare il linguaggio ( perché uno schermo non è una persona, anche se può fare tutto ); vedere ragazzini che senza tecnologia sono persi ( perché ‘senza telefono cosa faccio?’ ) o degli adulti che si parlano senza nemmeno guardarsi negli occhi, per me è di una tristezza infinita.

Bunestranda
Bunestranda – Foto Massimo Legora

La sensazione è che nella vita di tutti i giorni non c’è più spazio per certe esperienze o certe emozioni, non c’è tempo per dare attenzione e sembra che l’unico modo per ritrovare quel naturale equilibrio tra uomo e ambiente sia “scappare” in montagna (finchè dura!). Ma anche questo sembra non bastare, e sembra che anche l’ultimo luogo rimasto in cui è ancora possibile aprire la mente e ritrovare quella parte di noi che sembrava perduta, sia minacciato. Sì perché ormai la montagna sembra questo, l’ultimo luogo dove poter vivere se stessi e gli altri, senza etichette ne convenzioni; l’ultimo luogo dove un bambino può ancora sporcarsi col fango, costruire una torre con i sassi, arrampicarsi su una staccionata, correre nei prati, fare mille domande su ciò che accade attorno a lui e dove un adulto può ancora dedicare del tempo ad un bambino; l’ultimo luogo dove ancora si può andare con calma, dove ancora si parla e ci si saluta con la voce, dove non servono i social per condividere un’emozione, dove bastano un sorriso o uno sguardo per sentirti accolti anche se si è lontani da casa; un luogo dove esistono ancora persone e non soltanto cose, un luogo dove tutto questo è naturale e dove la natura, con tutto ciò che racchiude, è un diritto di tutti e non un privilegio di pochi. Esatto, avete capito bene, un diritto di tutti! Nei Paesi Scandinavi esiste perfino un codice di comportamento, che non è solo un fatto di salvaguardia dell’ambiente ma è un modo di essere e di vivere. Si chiama The Right to Roam, o Diritto di Pubblico Accesso ed è una sorta di elenco di regole di comportamento per vivere in natura nel rispetto di tutti, cose e persone. Lo trovate qui Un paradiso da proteggere.

Hamnoya
Hamnoya

Io credo che nei Paesi scandinavi non abbiano bisogno di vedere queste regole su un pezzo di carta per doverle rispettare, è una cosa che fa parte di loro, è un modo di vivere ed è talmente radicato nel profondo di queste persone che, sedendoti sulla spiaggia di Haukland ( Isole Lofoten ) per preparare la cena accanto ad un gruppo di coetanei, ti senti quasi in imbarazzo.. Perché non sei più abituato a tutto questo e nemmeno a comportarti in un certo modo, a vivere in un certo modo. E viene da sorridere pensando a quanto tu ora devi “concentrarti”, mentre per loro è ancora assolutamente naturale come lo era per te quando giocavi in giardino da ragazza.

Molti mi hanno detto “..eh per forza, non hanno niente qualcosa devono inventarsi!”. Bè, se il vostro niente è solo la mancanza di tecnologia, vi assicuro che non è questo il motivo. Sappiate che hanno tecnologia a sufficienza per farci impallidire, la differenza è un’altra (ben più importante); cioè che a differenza nostra sanno come e quando usarla, ed è meraviglioso.

Non scorderò mai le sensazioni e i pensieri di quel pomeriggio sulla spiaggia, dove sono stata per ore ( nonostante il freddo e le nubi basse ) ad osservare le persone. Il prato era pieno di tende, le tende erano piene di persone, le persone avevano un’età compresa tra i 6 mesi e i 70 anni. C’era un tempo pessimo ma nessuno se ne preoccupava, c’erano grandi e piccini ma nessuno limitava l’altro, c’erano tante persone ma nessuna di loro aveva in mano un telefono o si lamentava di qualcosa. Se fossimo stati in un qualsiasi altro Paese, ci sarebbe stato un casino tremendo e come minimo altrettanto disordine ( per non dire sporcizia ), ci sarebbero state persone che alla prima goccia di pioggia sarebbero scappate o avrebbero tenuto il broncio per un giorno intero. Lì no, c’era solo pace. Quella pace che ti attraversa, quella pace che ti fa ricordare cosa ti manca davvero, quella pace che non è fatta di nudo silenzio ma di silenziosa armonia tra cose e persone; quella pace che ti fa scendere una lacrima sulla via del ritorno, che ti riempie il cuore nel vedere una mamma seduta nell’erba, a piedi scalzi, che gioca con il suo bimbo ( di neanche 1 anno ) senza preoccuparsi d’altro e che pur di avere quell’opportunità ha fatto 12 volte avanti e indietro dall’auto per scaricare il necessario ( con l’aiuto del figlio più “grande” che ad occhio e croce aveva 4 anni ); quella pace che ti fa sentire a casa anche dall’altra parte del Mondo, quella pace che ti fa bastare un sorriso sincero e che ti fa sentire accolto anche dove non conosci nessuno, quella pace in cui ci si capisce meglio parlando lingue diverse perché devi usare la voce del cuore; quella pace fatta di sorrisi, parole e silenzi mai fuori posto; quella pace che ti concede tempo per un tramonto, per pescare, per leggere un libro o per una canzone attorno al fuoco; quella pace sospesa tra il tempo atmosferico e il tempo del corpo, dove tutto è sentire e non per forza fare.

copertina 3
Haukland

Se non vi basta vi do un altro motivo, è il pensiero che ho scritto quando sono tornata a casa:

“ Dopo 25 giorni di vita su un camper, ogni giorno in un posto diverso e attraverso 5 Paesi con lingue e abitudini molto diverse, ho (ri)scoperto una cosa meravigliosa: sentirsi a casa in ogni dove, perché casa è dove si trova il cuore. Ti accorgi che qualcosa dentro di te è cambiato quando torni a casa, e aprendo la porta ti sembra di non riconoscere più quelle quattro mura che fino a qualche tempo prima ti sembravano l’unica sicurezza, le cose al loro interno non sembrano più tue e niente sembra avere lo stesso valore di quando sei partita. Potrà sembrare strano, ma per me è meraviglioso, perché vuol dire aver ritrovato la cosa più importante, te stessa, e la tua capacità di essere parte del Mondo e non di un mondo soltanto. Vuol dire aver ritrovato quello che stavi cercando, la felicità di essere “semplicemente” un passeggero della Terra e non una persona fatta solo di obblighi, doveri, responsabilità e modi di essere o di vivere. Sentirsi nessuno in un Paese che non conosci è bellissimo, ma sentirsi “straniero” a casa propria lo è ancora di più.”

Viaggiando ho imparato molto altro, ma questa è un’altra storia: Guarire noi stessi attraversando il Mondo.

 

Autore: Giorgia Ricotti

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. iamtheoddnumber ha detto:

    Il primo paragrafo è uguale uguale a come mi sento io quando dico che sono andata in Nuova Zelanda!

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    1. justoncemoretravel ha detto:

      Immagino! È un altro posto incredibile che spero di vedere presto! 🙂

      Piace a 1 persona

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