Obiettivo 4559

Vi racconto del mio sogno d’alta quota sui passi della “Regina delle nevi”: Capanna Margherita – 4559 m.

Prima ancora di iniziare le mie avventure in montagna, già sognavo questo luogo: una “capanna” sull’orlo del baratro, abbarbicata tra i ghiacci del Monte Rosa. Prima ancora di capire cosa volesse dire aria sottile o cosa fosse l’alta quota, già mi immaginavo in cammino su quella distesa di ghiaccio per riuscire a bussare alla porta “di casa” della Regina. Sì perché, come sempre succede nella mia testa, le cose non nascono dall’intento di ottenere una prestazione atletica o raggiungere una cima che fa curriculum; le cose prendono vita dalla curiosità e dall’immaginazione.

Sentendo la storia di questo rifugio mi sono domandata: cosa avrà spinto una Regina fin lassù? Va bene la ricerca scientifica e la voglia di offrire la possibilità di avere maggiori dati tecnici su varie tematiche, ma bastava farla costruire non era necessario andare fino là.

Vi racconto la sua storia.

Come dice il nome, il Rifugio Capanna Margherita è dedicato alla Regina Margherita. Il 14 Luglio 1889 il CAI approva il progetto di costruzione di una struttura oltre i 4500 metri di quota per “consentire ad alpinisti e scienziati maggior agio ai loro intenti in un ricovero elevatissimo”. Due anni più tardi fu scelto il luogo: Punta Gnifetti. La Capanna fu predisposta a valle e trasportata in quota prima con i muli e poi a spalla, con l’incredibile lavoro a catena di non ricordo quanti uomini. Il 4 Settembre1893 fu inaugurato il Rifugio e la cosa curiosa è che, qualche giorno prima, la Regina in persona volle salire al Rifugio per passarvi la notte.

Qualche anno più tardi fu aggiunta la torretta di osservazione metereologica dove, da subito, vennero svolti importanti studi di ricerca. Ristrutturato tra il 1977 e 1980, resta il Rifugio più alto d’Europa, e ovviamente meta di numerosi alpinisti e appassionati di montagna.

Informazioni su questa costruzione e sulle funzioni che svolge ne troverete parecchie e potete leggerle comodamente sulla poltrona di casa; io voglio sapere cosa può aver provato quella donna, così importante e apparentemente estranea alla vita in montagna. So che sembra una stupidaggine, e una motivazione poco serie per muoversi verso quote così proibitive, ma è il motivo per cui voglio andare fin lassù.

Mi hanno insegnato “ Non fidarti di quello che ti raccontano, alzati e vai a vedere! ” e lo farò anche questa volta. La salute non mi ha permesso di farlo prima, e il meteo ( quando potevo ) mi ha tirato un brutto scherzo.. ma, come si dice, c’è più tempo che vita e continuerò a provare. Non perché mi preme poter dire “ci sono stata” o perché “se non fai la Capanna Margherita almeno una volta non sei nessuno!”, ma per sentire! Per respirare di nuovo l’aria sottile, per ascoltare il rumore dei miei passi, per ricalcare le orme di una donna che ha voluto dare un’opportunità a molti e.. per chiudere un cerchio, ma questa è un’altra storia.

Cosa comporta salire alla Capanna Margherita?

Come è facilmente immaginabile, il problema principale è l’alta quota. Il perché lo troverete spiegato nel dettaglio in questo articolo Mal di montagna.

I dati tecnici della salita sono questi:

1° giorno – arrivo a Gressoney Stafal (1830m) e salita con gli impianti fino a punta Indren (3275m). Si prosegue e piedi fino al Rifugio Gnifetti (3650m) attraverso il sentiero che passa dal Rifugio Mantova (3500m) per poi proseguire su ghiaccio fino al sentiero attrezzato che sale al Rifugio Gnifetti. Cena e pernottamento in rifugio.

Dislivello: 1820m ( 1445m con impianti + 375m a piedi)

Tempo: intera giornata per acclimatamento

2° giorno – colazione e partenza alle prime luci dell’alba dal Rifugio Gnifetti (3650m). Salita interamente su ghiacciaio in cordata. (SE) raggiungeremo la Capanna Margherita (4554m), sosta pranzo e discesa fino agli impianti di Punta Indren, per poi scendere ulteriormente fino a Gressoney Stafal. Anche la via del ritorno verra fatta con ritmo tranquillo, sempre per dare al corpo il tempo di abituarsi al cambiamento di quota.

Dislivello in salita: 900m

Dislivello in discesa: 2724m ( 1275m a piedi + 1445m con impianti)

Tempo di salita: 5 ore (variabili a seconda dell’acclimatamento)

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Ora sapete tutto, non mi resta che incrociare le dita e partire!

 

Volete sapere com’è andato a finire questo sogno?

Che ci siamo svegliati. Nel cuore della notte, abbiamo fatto colazione, ci siamo preparati, imbragati e in compagnia di altri sognatori ci siamo messi in cammino. Immersi nel buio, con la sola luce di una torcia frontale ad illuminare i nostri passi. Procedendo con prudenza su un manto di ghiaccio che nasconde profondi crepacci e circondati da cornici di neve che di sicurezza ne danno poca. Nel silenzio, nella fatica, nella speranza. In quell’ambiente tanto meraviglioso quanto ostile si sentono solo i tuoi passi incerti e affaticati fino al sorgere del sole, quando tutto diventa più chiaro e fa meno paura.

Vediamo sfilare le vette innevate che fanno gola a molti alla nostra destra: Piramide Vincent ( 4215 m ), Corno Nero ( 4322 m ) e Ludwigshöhe ( 4342 m ). Sembrano essere lì per distogliere l’attenzione dalle crepacciate sul lato opposto, quasi a mostrarti entrambe le facce della stessa medaglia: la meraviglia della montagna e i suoi pericoli. Forti del fatto che leggenda narra “superato il Colle del Lys è fatta!” non ci siamo persi d’animo e con fatica e tenacia abbiamo superato il Colle, constatando ( con il senno di poi ) che è proprio così.

[ Nonostante il Colle del Lys sia soltanto a 4248 m di quota, quindi 300 m più in basso della Capanna Margherita, è il punto in cui i rischi di soffrire e abbandonare sono maggiori. Non tanto perché fino a qui la salita non molla un attimo e la quota sempre maggiore ti frantumano le gambe, ma per uno strano fenomeno geomagnetico che fa percepire al corpo umano una quota di circa 5000 m. Se avrete la fortuna di arrivare alla Capanna vi renderete conto che dal Colle fin lassù non soffrirete così tanto; e soprattutto vi accorgerete che al ritorno, nonostante stiate procedendo in discesa e in perdita di quota, arrivati di nuovo al Colle del Lys ricomparirà quella spiacevole sensazione che avete provato salendo. Io per prima non ci credevo, ma – anche se non so spiegarvi bene il perché – vi assicuro che è così. ]

Dal Colle un raggio di sole che finalmente ti scalda la pelle, sembra avere un altro sapore e quasi ti convince che “Sì! Ce la puoi fare!”. Poi la vedi e il cuore si riempie di gioia. Percepisci chiaramente che non ha cambiato ritmo perché sei al Colle, ha cambiato ritmo perché puoi sentire la sua voce che sussurra alla tua anima. La puoi quasi toccare. Svetta come un nido d’aquila avvolto dalle nevi, un’imponente custode delle anime di tutti coloro che non sono tornati ( o arrivati a lei.. ).

L’euforia dura poco, perché con la coda dell’occhio ho già puntato le inquietanti cornici di Punta Parrot ( 4436 m ) in bilico a ricordarti che non è ancora finita.. ti rilasserai quando avrai il culo sulla funivia e sarai di ritorno, fino a quel momento devi ricordarti dove sei e cosa stai facendo! Superiamo a passo svelto il tratto in questione e continuiamo a salire fino al Colle Gnifetti ( 4454 m ).

Sempre più lentamente, per essere sicuri di non soffrire troppo la quota. Sempre più tenaci, per essere sicuri di arrivare. Al Colle la montagna ci ricorda la sua potenza, con una tormenta di vento che ci mette a dura prova e fa sembrare quegli ultimi 100 m una lotta per la sopravvivenza: il vento che copra la traccia, la neve che sprofonda, i cristalli di ghiaccio che ti prendono a schiaffi senza tregua e la temperatura corporea che scende in picchiata sotto i livelli di soglia.. Raggiungiamo la salita finale: traccia di una spanna dove a stento poggi un piede dietro l’altro e pendenza da far girar la testa a chiunque non è abituato. Quei 50 metri sembrano interminabili.. fatica, paura, freddo. Non c’è altro in quel momento. Poi finalmente alzi lo sguardo e vedi la bandiera, capisci che tu sei al sicuro ed è già un sollievo. Controlli i tuoi compagni di cordata e una volta che anche loro sono su terra sicura, al sole, davanti alla scala d’ingresso della Capanna capisci che è fatta. Ci sei davvero, puoi bussare e.. piangere, come se non ci fosse un domani!

Perché ho pianto? Sicuramente perché è una soddisfazione avercela fatta, perché lo sognavo da tanto ed è normale emozionarsi. Ma in quelle lacrime che il vento trasformava in diamanti sotto i nostri occhi, ho capito che non stavo piangendo soltanto per questo. Piangevo per qualcosa che in parte già conoscevo, ma che lassù ha un significato ancora più grande. Solo in quel momento ho capito che la vera felicità non era nel traguardo raggiunto ( o almeno non per la maggior parte ) ma nel vedere la gioia negli occhi dei miei compagni, che con fiducia e coraggio si sono legati a me in questo splendido viaggio.

 

Dopo un thè caldo e una zuppa siamo ripartiti per scendere a valle. Scendere non è stato più facile che salire ( diffidate sempre da chi vi dice il contrario) è stato solo più veloce, complice anche il fatto che il meteo fosse pessimo al ritorno.

Man mano che scendevo ho trovato un posto ad ogni insegnamento ricevuto durante questo cammino, nel bene e nel male. Se volete sapere cos’altro ho imparato, cliccate qui Legati da un filo sottile.

 

Autore: Giorgia Ricotti

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