Oltre il buio: la magia del sentire

Vi è mai capitato di fare un trekking sotto le stelle o di camminare in un bosco nel cuore della notte? Con una torcia frontale che magari funziona a fatica, che illumina sì e no un paio di metri attorno a voi o con il solo chiarore della luna? No!? Allora siete stati (s)fortunati. Proverò a raccontarvi questa curiosa esperienza che, secondo me, è da provare almeno una volta. In realtà non capita soltanto camminando in un bosco o facendo un trekking notturno, è ciò che accade anche quando si parte per un ghiacciaio. Sì perché, per sfruttare al meglio le condizioni del ghiaccio, ci si sveglia alle 3 – 3.30 del mattino e ci si mette in cammino poco più tardi; ma siccome in rifugio a quell’ora la corrente elettrica ve la potete scordare, il vostro incontro con il buio arriverà prima del previsto. “Esistono le frontali..” mi direte voi. Sì certo, ma se siete gli unici in camera a partire a quell’ora.. potete immaginare la reazione dei vostri compagni di stanza se accendete un faro da stadio mentre loro ancora dormono.

Questa in un certo senso però è la situazione più sicura per la vostra mente, perché anche se siete totalmente al buio ( o con ben poca luce ) e in balia dei vostri sensi, non avrete la sensazione di essere continuamente in pericolo. Siete consapevoli di essere protetti da quelle quattro mura che, per quanto piccole, affollate e piene di spigoli e sporgenze che non ricordavate esistessero, la vostra testa ha catalogato come luogo sicuro. Vi toccherà soltanto fare uno sforzo amnemonico per cercare di ricordare dov’è la scaletta del letto, dove sono i pantaloni o la porta. E’ un po’ come svegliarsi nel cuore della notte a casa propria per fare la pipì e accorgersi che manca la corrente. Qualcuno si girerà dall’altra parte e la terrà fino al mattino, chi invece non è colto da pigrizia e sconforto ( e si alza comunque ) sa di cosa parlo: vi alzate, vi incamminate verso la presunta posizione della porta della camera da letto( che puntualmente mancate.. ), percorrete il corridoio ( credendo di tenere una traiettoria lineare che a fine corsa comprendete essere solo utopia.. ), entrate in bagno ( misurando anche quello stipite.. ) e finalmente raggiungete il wc ( o almeno.. la posizione in cui credevate di averlo lasciato la sera prima ). Non ditemi che a voi non è mai successo.. raccontatevi pure quello che volete, ma io so che ( uomo o donna che voi siate ) avete mancato la tazza del cesso almeno una volta nella vita! Perché ne ho la certezza? Ve lo spiego subito.

ghiacciaio notte

E’ una questione di “difficoltà tecnica” legata all’utilizzo che l’essere umano fa dei propri sensi; si sa, la vista ( o visione ) per noi ormai è il più importante dei sensi ed il più sviluppato. Così importante e così scontata, siamo totalmente dipendenti da essa eppure non pensiamo mai a quello che la visione comporta; ne intuiamo solo una vaga porzione nel momento in cui viene a mancare, grazie a dio solo temporaneamente.  Eh sì, perché la vista non è una pura questione periferica legata ai nostri occhi, ma è anche ( e soprattutto ) una questione centrale, legata cioè al nostro cervello, alle sue funzioni di “elaborazione dati” e in parte anche alla Coscienza. L’occhio decodifica la radiazione luminosa e la trasforma in segnale elettrico, il cervello poi “interpreta” il segnale attraverso la corteccia cerebrale. E la Coscienza? Cosa c’entra in tutto questo? E’ “colei” che manda in tilt il sistema in assenza di luce, perché il suo compito è quello di interpretare ad un livello superiore l’immagine coerente proveniente dalla corteccia cerebrale. Quello che non tutti sanno è che è sulla visione che si basano gran parte delle nostre azioni coscienti, motivo per cui questo senso è diventato così fondamentale. La vista ci permette di dare un significato al mondo che ci circonda, ma se per noi il mondo è fatto solamente di onde luminose ( e la sua interpretazione è possibile solo attraverso i nostri occhi ) è facile capire perché siamo così in difficoltà quando quegli invisibili raggi di luce vengono a mancare.

Se avete provato almeno una volta a camminare in un bosco di notte, avrete già toccato con mano quella linea sottile, e non sempre ben definita, che corre tra le “difficoltà tecniche” e la Coscienza. Quel senso di smarrimento che oscilla tra il disagio e la sfida, passando attraverso la paura, che vi sale mentre vi muovete al buio nel cuore della notte. E’ sempre colpa della Coscienza che, non trovando quello di cui ha bisogno per avere conferma del fatto che è tutto ok, cerca disperatamente “altrove” risposte e informazioni. Ma, ahi noi, queste abilità alternative ( cioè gli altri sensi ) le abbiamo letteralmente barattate milioni di anni fa, perdendone addirittura la struttura genetica e rendendole solo un vago ricordo incapace di essere una valida alternativa alla vista. Sappiamo tutti che nel momento in cui l’uomo ha smesso di andare a caccia per nutrirsi ed era al sicuro sotto un tetto, ha per così dire “lasciato andare” gran parte delle abilità necessarie per muoversi in natura. Una cosa ci è rimasta di quel tempo, nascosta nel cervello ancestrale e che riaffiora quasi senza la nostra volontà, quando siamo al buio in natura: l’inquietudine. Quella sensazione arcaica di pericolo, nell’essere più vulnerabile; quella sensazione recente di paura dell’ignoto. In quella frazione di secondo in cui dovrebbe essere elaborato il contesto, la Coscienza non riceve dalla corteccia quello che si aspetta per decodificare il mondo, e così riempie quello spazio vuoto con quello che trova: la paura arcaica, quella che un tempo diceva “scappa, sei una preda”. Ma non è colpa della Coscienza, è suo compito dare una risposta immediata ad uno stimolo; e questo accade un istante dopo l’altro, ad ogni rumore o ad ogni ombra, ad ogni bagliore e ad ogni silenzio finché sarete in quella situazione.

bosco notte

Volete sapere cosa ci mette la mia mente in quel vuoto?

Da bambina avevo paura del buio, e come molti bambini senza lucetta in corridoio non si dormiva. Ho smesso di dormire con una lucetta accesa quando ho iniziato a dormire a casa del mio primo fidanzato, ma solo perché mi vergognavo.. Crescendo ho scoperto molte cose sul buio, sulla visione e sulle percezioni che ne derivano; ho ripercorso con la mente le sensazioni che provavo da bambina quando restavo al buio, le ho confrontate con quelle che provavo anche da grande che, nonostante la consapevolezza, erano comunque molto simili. Ho scoperto che la mia non era paura dei “demoni” che si nascondevano nel buio, ma la risposta che il mio cervello rettile ( cioè la parte più antica dell’encefalo, quella primitiva ) dava di fronte alla mancanza di luce. E’ come se il mio cervello fosse rimasto “settato” in modalità preda, sempre in allerta fino al mattino. Ed è un po’ la sensazione che ancora oggi mi prende quando si fa trekking notturno o quando si parte in piena notte per un ghiacciaio. La prima cosa che arriva è la paura: di non trovare la strada, di non vedere un pericolo, di non riuscire a capire in tempo quello che accade. Ma questo è normale, lo proviamo tutti se pur in misura minima. Sempre per il discorso che la mente deve riempire il vuoto con qualcosa che già possiede, la mia ci mette anche un pizzico d’altro: la sensazione di essere incapaci ( ma questa è un’altra storia ) e di non avere strumenti. L’occhio vede, guarda, osserva, coglie in un attimo, elabora velocemente, conosce e riconosce ciò che c’è nello spazio. E’ capace perfino di comprendere lo scorrere del tempo in un luogo attraverso la luce. Se non c’è luce l’occhio è inutile e noi ci sentiamo persi, incapaci di qualsiasi soluzione o percezione.

Solo nell’ultimo trekking notturno, mentre la frontale si affievoliva e sono arrivata alla macchina praticamente illuminata solo dalla luce delle stelle, ho iniziato a comprendere le parole di un ragazzo diventato cieco in età adolescenziale:

“ Tutti dicono ‘Il mondo di voi ciechi’ ma non c’è un nostro mondo né un’altra realtà; chi è cieco ha la medesima percezione della realtà, del mondo oggettivo. Può cambiare l’approccio alla realtà, ma la realtà fisica del mondo circostante è la stessa sia per chi è cieco che per chi vede. La differenza è che noi non abbiamo una percezione del mondo omologata come la vostra. Il computer lo trovo anch’io, tu usi la vista io molto altro, ma il risultato è lo stesso.”

E quella notte, come nella mia ultima partenza per il ghiacciaio del Monte Rosa, in cui ascoltavo i miei passi sul ghiaccio per essere sicura che il cammino fosse sicuro o mentre contavo i passi per sapere quanto mancava alla macchina, ho capito una cosa: la differenza tra camminare alla luce o procedere al buio, è l’aspetto più intimo del percepire. Per conoscere, riconoscere e comprendere, per orientare un’azione, per orientarsi, per riflettere e ragionare ( anche se sembra strano ). Dopotutto il buio, come la luce, è una percezione. E’ assenza di luce. Il buio non è l’incontro con la cecità ( se pur parziale o temporanea ) ma la scoperta di un altro modo di sentire il mondo. Il muoversi al buio comporta l’uso costante della memoria, ad esempio, non solo visiva ma anche tattile, olfattiva, sonora e perfino gustativa. Comporta il costante richiamo al pensiero, che ad ogni stimolo riceve nuove vie per comprendere e andare oltre. In cammino nel cuore della notte ho imparato che l’oscurità non è un limite, ma un’opportunità per “riaccendere” impulsi e connessioni che nemmeno sapevo di avere.

Come diceva un tale: “Non è la vista che descrive il mondo, ma è la mente a governare strutture e, laddove è possibile, anche i fenomeni”. Non lasciate che le spiacevoli sensazioni iniziali, tipiche della conservazione della specie, limitino le vostre esperienze. Essere prudenti e consapevoli dei rischi è d’obbligo, soprattutto in certe condizioni, ma riprendetevi ( almeno per qualche tempo ) la parte più antica e profonda di voi. Quella che in mezzo alla natura scalpita, che nonostante l’iniziale disorientamento, vi dimostrerà di essere capace e vi regalerà emozioni uniche; quella parte più vera di voi, che ha bisogno di sentirsi accolta e “a casa”. Perché nonostante siamo immersi in un mondo civilizzato e ipertecnologico, quella ( la natura ) è la vostra unica casa, anche se non ne ricordate più la strada. E una volta arrivati in cima dopo un trekking nel cuore della notte, spegnete le luci e lasciate che gli occhi si abituino; scoprirete quanto i nostri occhi ( perfettamente funzionanti ) siano in realtà così ciechi di fronte alle meraviglie del mondo attorno a noi.

via lattea

 

Autore: Giorgia Ricotti

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